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SCENEGGIATURA

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La sceneggiatura è il testo di cui il regista e gli attori si servono per poter realizzare il film. È scrittura creativa, che ha regole ben precise. Deve contenere, in modo sintetico ma inequivocabile, tutte le indicazioni di luogo e di tempo, le descrizioni dei personaggi, delle azioni e i dialoghi completi. Ogni pagina di sceneggiatura equivale a un minuto di film (per convenzione il carattere tipografico con cui si scrive una sceneggiatura è il courier 12).

Cerchiamo di approfondire.

IL DIALOGO


Nella nostra storia per immagini il dialogo è il modo più rapido per far avanzare il racconto e aggiungere informazioni sui personaggi.

Immagine introduttiva

È buona norma contenere il più possibile l’uso del dialogo: dobbiamo fare in modo che il racconto si sviluppi principalmente grazie agli eventi, tradotti per immagini, più che per mezzo delle parole.
In ogni caso, il dialogo ha cinque funzioni principali:

  1. Dare informazioni chiave;
  2. Far progredire la storia;
  3. Rivelare le emozioni, l’umore e l’intento dei personaggi quando non sono mostrati dall’azione;
  4. Fornire continuità tra le scene;
  5. Dare ritmo alla scena.

Idealmente il dialogo espresso dai personaggi in ogni scena è condizionato dalla loro indole, dalla loro formazione culturale, dalla professione, ma anche dalla necessità contingente, legata espressamente alla situazione in cui si inseriscono, che essi hanno di ottenere qualcosa per l’immediato o per il futuro. Una delle caratteristiche più importanti del dialogo cinematografico è che deve dare l’illusione che sia dialogo vero, proprio come quello che sentiamo tutti i giorni a casa, in ufficio, al bar, al supermercato e magari sull’autobus. In realtà non lo è. È dialogo realistico, non reale, che per essere efficace e significativo deve seguire alcune regole.
Scheda film: il gladiatore Il dialogo cinematografico deve essere sintetico e diretto e deve sempre esprimere qualcosa che sia pertinente alla storia. Ogni frase deve aggiungere qualche indizio importante per il filo del racconto, in modo da tenere attento e concentrato lo spettatore. Ha frasi corte, che utilizzano parole semplici e informali, perché è scritto per essere ascoltato, non letto. È bene evitare perciò i discorsi lunghi, in cui il personaggio spiega nei dettagli chi è e ciò che vuole fare, e utilizzare il monologo solo se essenziale, per esempio se serve una pausa nell’azione, per spiegare le azioni future del protagonista, o per segnare un momento di particolare enfasi o drammaticità. Un buon esempio è il discorso di Russell Crowe, ne Il Gladiatore (Ridley Scott – 2000): «Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, Comandante dell'esercito del nord, Generale delle legioni Felix, servo leale dell'unico vero Imperatore Marco Aurelio, padre di un figlio assassinato, marito di una moglie uccisa... e avrò la mia vendetta, in questa vita o nell'altra... ».
Un ruolo decisivo ha anche il silenzio tra due personaggi: spesso, quello che non si dice può essere importante quanto quello che si dice.
Ripensiamo alla scena finale dal film Witness, il testimone (Peter Weir -1985).
Ferito e inseguito da colleghi corrotti, il detective John Book, interpretato da Harrison Ford, trova rifugio presso la comunità Amish di Philadelphia. I corrotti vogliono eliminare lui e un bambino, Samuel, che è stato testimone di un omicidio.
John Book si innamora di Rachel, la madre di Samuel, ma alla fine dovrà lasciare lei e la comunità, per tornare alla propria vita di poliziotto.
Nella scena finale, quella dell’addio, il loro distacco è raccontato senza l’ausilio di dialogo. Solo attraverso gli sguardi, le pause e le espressioni del viso in primo piano, i due personaggi comunicano tutto il loro disagio e rammarico per una situazione ineluttabile. Il loro amore non potrà mai concretizzarsi perché John e Rachel appartengono a mondi diversi, a società con valori e tradizioni inconciliabili. Questa scena è un valido esempio di come un’immagine sia molto più evocativa delle parole e riesca a esprimere visivamente i sentimenti e le emozioni dei personaggi. È la forza del cinema.

La prima sceneggiatura scritta dalla coppia William Kelley-Earl Wallace si è trasformata non solo in un successo commerciale, ma addirittura in un classico della cinematografia americana: Witness – Il Testimone. Ha fatto guadagnare ai due scrittori l’Oscar 1986 per la miglior sceneggiatura originale ed è da allora diventato oggetto di studio per studenti e insegnanti di sceneggiatura. Il team Kelley- Wallace sembrava sulla rampa di lancio, ma invece tutto finì lì. Wallace e Kelley non hanno più lavorato insieme, e anzi si sono parlati di rado, da allora.

Da: http://www.cinefile.biz/witness-il-testimone David S. Cohen, pubblicato su scr(i)pt, Luglio/Agosto 1998

Nelle tipiche conversazioni di tutti i giorni, le persone dialogano tra loro usando espressioni e modi di dire del tipo: «Ah, senti…», «Diciamo che…», «Io penso che…», «Ehi, Devo dirti che…», «Praticamente …», «Ciao, come stai? », «Bene e tu? », «Non c’è male» e così via. Tutto questo in un dialogo cinematografico non serve, non aggiunge nulla alla storia, anzi ne rallenta il ritmo e rischia di essere noioso. In un dialogo cinematografico le battute sono corte, tutto ciò che è superfluo viene eliminato. Le battute si susseguono come nel gioco del ping pong, ogni frase determina la prossima in una serie dinamica di botta e risposta che dà ritmo e stile alla conversazione. Prendiamo come esempio una scena da Il Gladiatore e una da E.T. l’extraterrestre.

Da Il Gladiatore (Ridley Scott - 2000)

Commodo:

Che cosa devo fare con te? Sembra proprio che tu non voglia morire. Siamo poi così diversi tu e io? Anche tu togli la vita quando devi, come faccio io.

Massimo:

Ho solo un’altra vita da prendere. Poi avrò finito.

Commodo:

Allora prendila. Adesso. Mi hanno detto che tuo figlio gridava come una femminuccia mentre lo inchiodavano alla croce. (…).

Massimo:

Il tempo degli onori presto sarà finito per te… principe!

Da E.T. L’extraterrestre (Steven Spielberg - 1982)

E.T.:

Telefono.

Elliott:

Telefono? Ha detto telefono?

Gertie:

Non ti sei lavato le orecchie stamattina? Ha detto telefono.

E.T.:

Casa.

Elliott:

Hai ragione. È la casa di E.T.

E.T.:

E.T. telefono casa.

Gertie:

E.T. telefono casa.

Elliott:

E.T. telefono casa? Telefono casa!

Gertie:

Vuole telefonare a qualcuno!

Un altro elemento importante nel dialogo cinematografico è che ogni personaggio della storia deve esprimersi in maniera diversa da un altro personaggio. Infatti, il dialogo esprime l’umore e le emozioni personali, che ragionevolmente dovrebbero essere quindi diverse da personaggio a personaggio.
Per verificare questa tecnica, confrontiamo le battute di due personaggi all’interno di una scena: se sembrano dette da uno solo dei personaggi significa che non c’è abbastanza differenziazione tra loro. Se il dialogo sembra espresso da un unico personaggio, allora dobbiamo correre subito ai ripari.
Cerchiamo allora di differenziare i nostri dialoghi variandone il ritmo, aggiungendo degli intercalari, rendiamoli più ricchi usando degli esempi, dei paragoni. Siamo spiritosi, se il nostro personaggio è così. Seri e impassibili, se viceversa lo richiede il carattere che abbiamo scelto di descrivere. Per dare maggior peso a una frase, facciamola seguire da una pausa di silenzio, in cui l’interlocutore può esprimere stupore o partecipazione, per esempio. In questo modo, anche lo spettatore rifletterà e memorizzerà meglio. Siamo sintetici, soprattutto. Ecco un semplice esempio di dialogo che illustra la necessità della sintesi per esprimere solo ciò che è necessario sapere.

Lui:

Andiamo?

Lei:

Non lo so.

Lui:

Vuoi andare a teatro o no?

Lei:

Cosa mi metto?

Lui:

Se vogliamo andare, andiamo. È tardi.

Lei:

Non so cosa mettermi.

Questa conversazione può essere ridotta a sole due battute:

Lui:

Andiamo? È tardi.

Lei:

Non so cosa mettermi.

!

Chiaramente, nei film «d’autore» queste regole e codici sono spesso ignorati o trasformati, in nome dell’arte e della sperimentazione. Autori di cinema come Woody Allen, ad esempio, o Michelangelo Antonioni, Quentin Tarentino, Lars von Trier, Terence Malick e altri ancora hanno inventato nuovi tipi di scrittura cinematografica. Le regole di base in ogni caso sono valide per la stragrande maggioranza dei film commerciali.

EESERCIZIO

Prova a immaginare una scena tra due personaggi che parlano. Pensa per esempio a una conversazione tra due amici, o compagni di scuola, che discutono su quale film andare a vedere: un fantasy o un film d’azione?
Utilizzando le tecniche sopra descritte, scrivi un dialogo che abbia ritmo e che riveli qualche caratteristica psicologica dei due interlocutori.

SCRIVERE PER EMOZIONARE


La scrittura di un racconto cinematografico deve essere soprattutto emozionante.

Senza questa fondamentale componente, l’emozione, il nostro film risulterebbe noioso, piatto e privo di significato.

Immagine introduttiva

Se osserviamo con attenzione le informazioni pubblicitarie per un nuovo film in uscita (per esempio il trailer, o la locandina), notiamo che esse si fondano sull’intento di trasmettere al pubblico qualche secondo della scena più coinvolgente, nel caso del trailer, o l’idea che sta alla base del film, per mezzo di un’immagine o di un fotogramma particolarmente significativi (e questa è la locandina). I grafici basano la propria comunicazione sull’emozione, perché è questo sentimento che ricerchiamo e che ci spinge ad andare al cinema. Emozione dal latino, significa muovere, nel senso di agitare, disturbare, per provocare una reazione e scuotere gli animi. Ecco perché gli slogan pubblicitari sottolineano che quel tale film «è intenso, magico», o che «ci terrà inchiodati alla sedia», oppure «divertente fino alle lacrime», «seducente», «terrificante», «intrigante», «affascinante». Gli aggettivi sono scelti con cura: ognuno di essi ha una valenza emotiva ed è per questo che lasciano il segno.

EESERCIZIO

Film a confronto: esamina queste locandine, cerca in rete la trama dei film e analizza l’immagine proposta per il loro lancio pubblicitario.
Dall’immagine scelta per la comunicazione pubblicitaria, riesci a risalire a quale tipo di pubblico si rivolga principalmente il film?
Quale tema emerge chiaramente per ciascuna delle immagini selezionate?

Locandina Locandina Locandina
Locandina Locandina Locandina

Una storia cinematografica, per essere valida, necessita di due componenti essenziali: una struttura chiara e una forte componente emotiva.
I film a cartoni animati sono un esempio perfetto. Spesso i protagonisti sono animali che mostrano problemi, personalità ed emozioni tipicamente umane, nelle quali possiamo identificarci.

L’era glaciale
L’era glaciale (C. Wedge, C. Saldanha – 2002)
Il re leone
Il re leone (R. Aleers, R. Minkoff - 1994)

Sappiamo che un film, prima di essere realizzato, deve essere scritto. Se perciò sulla pagina scritta l’impatto emotivo è assente, lo sarà necessariamente anche sulla pellicola.
Quali sono le tecniche che rendono il nostro racconto emozionante? Passiamo in rassegna qualche esempio pratico, utile per la nostra scrittura.

L’uso di parole e verbi visivi
Quando descriviamo una situazione, cerchiamo di utilizzare vocaboli che in qualche modo evochino i nostri sensi in modo da generare un’emozione. Ad esempio, scrivere «L’uomo punta una pistola» è troppo generico. Ma se invece scriviamo «L’uomo punta una Colt ’45 nera, lucida e letale» l’impatto emotivo è più marcato e crea suspense. Un altro esempio: «L’uomo guida una vecchia macchina» è diverso da «L’uomo guida una macchina che ha conosciuto giorni migliori». Anche in questo caso l’immagine di una vecchia automobile è messa più a fuoco.
Questa tecnica si applica naturalmente anche alla descrizione degli ambienti.
Se per esempio vogliamo dire che «La stanza è poco ammobiliata», è molto più visivo ed efficace a darci immediatamente l’idea dell’ambiente, se scriviamo: «La stanza è spartana, quasi militare». In questo modo evochiamo immediatamente l’immagine desiderata. Possiamo successivamente aggiungere altri aggettivi (pari ad altrettante sensazioni): la stanza potrebbe essere: «buia e sinistra», o «sterile e asettica », oppure «invitante».

L’uso di vocaboli onomatopeici
La suggestione sonora è uno dei cinque sensi che stimolano l’emozione. Senza eccedere possiamo prendere in prestito una tecnica del fumetto, utilizzando parole che evocano suoni, come per esempio smash!, bang!, ouch!, gasp!
Ad esempio: «L’uomo punta la sua Beretta ed esplode tre colpi: BANG! BANG! BANG!»

L’uso di similitudini
È uno stratagemma molto efficace per descrivere un’azione. Ad esempio: «Lei lo saluta con un sorriso che potrebbe ghiacciare l’acqua a distanza» è più emozionante che scrivere: «Lei lo saluta con un sorriso freddo». Un altro esempio: «Lui è curioso come una farfalla notturna attratta dalla luce».

Evitiamo gli avverbi
Per definizione, gli avverbi modificano i verbi. Possono risultare eleganti, in una prosa da romanzo, ma il rischio è che appesantiscano i dialoghi. È meglio non abbondare, se non evitarli del tutto, e sostituire invece il verbo con un altro che meglio renda l’idea di ciò che vogliamo far capire, che quindi sia più esplicito.
Ad esempio, se vogliamo dire «L’uomo cammina lentamente», sostituiamolo con «L’uomo passeggia»; «L’uomo cammina velocemente» con «l’uomo si affretta con passo spedito», o addirittura «l’uomo corre».

Evitiamo l’uso di verbi nella forma passiva
È bene sostituire frasi del tipo «La macchina è guidata da Roberto», con «Roberto guida la macchina». Usiamo sempre la flessione attiva rispetto a quella passiva.

Evitiamo anche la forma negativa
Se vogliamo dire che «Stefano non è un uomo generoso», è meglio scrivere: «Stefano è un egoista». Risulta molto più forte l’indicazione della sua personalità.
Analogamente, invece di dire con un giro di parole «Roberto è un uomo pieno di attenzioni verso il prossimo », è meglio condensare in «Roberto è un santo».
Scrivere un racconto per il cinema è come scrivere una poesia. Bisogna essere sintetici, semplici e chiari.

Manifestiamo un’emozione con un’azione
Invece di scrivere «Antonio è contento», scriviamo «Antonio sorride»; invece di «Claudio è nervoso», «Claudio cammina avanti e indietro». Invece di «I suoi occhi sono luminosi», «I suoi occhi brillano», e ancora invece di «Il cane è contento», «Il cane scodinzola».

Il nostro scopo è visualizzare il più possibile le azioni, non descrivere semplicemente, ma far agire e far parlare i fatti. Il racconto cinematografico è sempre un racconto per immagini, che usa il simbolismo visivo per creare emozioni.

EESERCIZIO
  • Prova a immaginare la descrizione di tre azioni diverse. Nella prima, usa verbi e parole visivi, nella seconda, suoni onomatopeici, e nella terza una o due similitudini.
  • Descrivi, utilizzando la tecnica del linguaggio cinematografico, la seguente situazione: un poliziotto insegue un ladro sui tetti della città.
  • Descrivi una breve ma movimentata scena nella quale due amici si divertono al Luna Park.
  • Descrivi una breve scena nella quale due amici sono a una festa di compagni di scuola.

LA PAGINA SCRITTA


Scrivere un racconto per immagini è molto diverso dallo scrivere un romanzo.

Questa differenza, oltre che nello stile, è anche nella forma.

Immagine introduttiva

Una pagina di sceneggiatura ha un aspetto radicalmente differente da una pagina di romanzo. In un romanzo le azioni, i dialoghi, le descrizioni e i pensieri dei personaggi sono descritti sulla pagina senza soluzione di continuità le une con gli altri. In una sceneggiatura, invece, le descrizioni sono ben distinte e separate dai dialoghi. Ci sono molti spazi vuoti sulla pagina.

La ragione di queste differenze è semplice. Al contrario del romanzo, che è scritto per essere letto da una categoria unica di persone, diciamo genericamente da un lettore medio, una sceneggiatura viene letta, valutata e interpretata da tante persone, dal regista agli attori e ai tecnici chiamati a realizzare il film. Ognuno di questi deve apprendere dalla sceneggiatura quegli elementi che più gli competono. Ad esempio, il direttore della fotografia deve sapere se un ambiente è un esterno o un interno, e se è giorno o notte. Deve perciò ritrovare espressa, in modo chiaro e inequivocabile, questa informazione.
Lo scenografo deve capire che tipo di arredamento dovrà realizzare in ciascun ambiente: contemporaneo? Storico? Futuristico? Spaziale?
È necessario che ci sia un colore dominante?
Quali elementi sono funzionali alla scena? Cosa va messo in primo piano?

Il tecnico del suono (il fonico) deve sapere scena dopo scena se si gira in interni o in esterni. La troupe degli effetti speciali deve conoscere che tipo di effetto è richiesto: esplosioni? Pioggia? Fiamme? Gli addetti all’oggettistica devono procurarsi gli oggetti e gli accessori di cui i vari set hanno bisogno. Potremmo proseguire ancora in questa lista…
Il formato di una sceneggiatura non è quindi arbitrario, ma rappresenta una specie di linguaggio codificato, una sorta di mappa chiara e comprensibile per far sì che ogni persona chiamata a collaborare al film sappia esattamente cosa fare. È uno schema ordinato che, secondo regole precise di logica e chiarezza, riassume e raccoglie gli spunti, i testi, i dialoghi, gli sviluppi, le descrizioni di immagini e di personaggi che abbiamo pensato nelle diverse fasi della creazione del soggetto. È il modo per mettere in ordine le idee.

Ogni pagina di sceneggiatura corrisponde a un minuto di film: un lungometraggio dura in media tra i 90 e i 120 minuti, pari ad altrettante pagine. Ogni tre minuti circa avremo un cambio di scena, a formare sequenze di durata variabile.

Schema

La sceneggiatura va scritta utilizzando i verbi sempre al tempo presente, modalità che conferisce immediatezza alle azioni. Useremo il presente anche quando dobbiamo descrivere eventi che si svolgono nel passato rispetto alla storia di partenza (flash-back), o nel futuro (flash-forward). Il protagonista (così come gli altri personaggi coinvolti), quindi, corre, fugge, mangia, si addormenta, e così via.

Esistono diversi modi per mettere in pagina una sceneggiatura.
Esaminiamo qui il tipo americano, che è molto intuitivo e ordinato.

Vediamone un esempio.

LA COPERTINA
La copertina è ovviamente la prima pagina, quella che presenta il titolo del film è il nome del suo autore. Lo standard di scrittura è il seguente.

Copertina

Dopo la copertina, seguiamo questo schema:

INTESTAZIONE
L’intestazione della pagina indica in maniera netta e concisa il luogo dell’azione, se è un interno o un esterno, e se è giorno o notte. Si scrive tutto in MAIUSCOLO. Poniamo il caso di voler ambientare la prima scena di giorno, alla stazione (dobbiamo essere precisi, quindi dobbiamo scegliere il luogo, specificare se sia una città o un paese):
1. EST. MILANO - CASA LUCI ANO - NOTTE;
Oppure: 1. EST. BELGRADO - STAZIONE FERRO VIARIA - GIORNO
O ancora: 1. INT. UFFICIO STEFANO – GIORNO

L’indicazione della scena è riportata come sequenza di numeri (1. nel nostro esempio). Nello stile di sceneggiatura americano basta il numero a indicare la serie delle scene.

Allo stesso modo, l’ordine in cui sono riportate le indicazioni di luogo e tempo dipende dalla loro rilevanza ai fini della comprensione della scena.
Nell’ultimo esempio (INT. UFFICIO STEFANO – GIORNO), se è ugualmente importante sapere dove l’ufficio si trovi, è meglio far precedere l’intestazione da: INT. UFFICIO STEFANO – GIORNO seguito da un’indicazione di questo tipo: «dalla finestra si vede il profilo dei tetti di Parigi». Diversamente è sufficiente la prima indicazione. Notiamo che per convenzione non si scrive: CASA DI LUCIANO, O UFFICIO DI STEFANO. Bisogna economizzare le parole!
Eventuali flashback vanno indicati tra parentesi, insieme a possibili altre indicazioni che definiscano la scena, per esempio, se vogliamo siano inserite delle immagini d’epoca scriveremo: (IMMAGINI IN B/N).

DESCRIZIONE DEI LUOGHI ESTERNI
Le descrizioni dei luoghi esterni sono scritte in maniera estremamente sintetica. Si cerca di non includere il superfluo ma concentrarsi solo sull’essenziale. Non serve altro. Sarà il regista, in seguito, a scegliere il tipo di palazzo e in che parte della città esso sia.

DESCRIZIONE DI AMBIENTI INTERNI
Anche in questo caso le descrizioni sono estremamente sintetiche.

DESCRIZIONE DI PERSONAGGI E DI AZIONI
Ancora una volta vale la stessa regola: estrema sintesi, uso di verbi e vocaboli visivi e descrizione solo di ciò che è necessario. Quando introduciamo il nostro personaggio, cerchiamo di descriverlo nella maniera più sintetica possibile. Poiché lo incontriamo per la prima volta, il suo nome va scritto in MAIUSCOLO. Oltre alla descrizione fisica, cerchiamo di aggiungere qualche elemento anche di carattere psicologico per presentare il personaggio nel modo più completo e rapido possibile. Non dobbiamo fare una descrizione dettagliata della sua personalità, ma dobbiamo dare solo qualche spunto che ne indichi il carattere. In seguito, saranno soprattutto le azioni che compirà e le parole che dirà a completare il suo quadro psicologico. Una volta introdotto il personaggio in maiuscolo non sarà più necessario scriverlo così. Questa convenzione vale per tutti i personaggi principali. Infine, meglio se al centro della pagina, inseriamo l’indicazione di rumori e suoni, quando sono fondamentali per la scena stessa.

DIALOGHI
I dialoghi vengono scritti al centro della pagina.

Ecco l’intera scena come appare sulla pagina.

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Per convenzione, come carattere tipografico è bene utilizzare il courier con corpo 12, con interlinea standard (in modo che il testo risulti né troppo soffocante, né troppo arioso). L’uso del courier 12 nasce dall’esigenza di tenere sotto controllo la lunghezza del film che si sta scrivendo. È stato provato, infatti, che una pagina di sceneggiatura scritta con questo carattere e con il corpo 12 corrisponde in media a 1 minuto di film.

La sceneggiatura non deve contenere indicazioni di regia e perciò non servono note sulle inquadrature né riferite a possibili movimenti di macchina o degli attori. Ancora una volta, questo è il compito del regista. Lo sceneggiatore deve privilegiare lo stile, inseguendo l’obiettivo di realizzare uno scritto agevole che inviti alla lettura. Compito dello sceneggiatore è quello di scrivere una storia ricca di significato, ben strutturata e soprattutto emozionante.
Il lavoro di scrittura di una sceneggiatura non è letteratura nel senso tradizionale del termine, ma non è ancora cinema: è un lavoro molto particolare, con regole precise. La sua caratteristica principale è quella di creare sulla carta una sintesi visuale del film, comprensibile a tutti gli artisti che vi collaboreranno. È scrittura per immagini.

EESERCIZIO

Riprendi lo spunto della scena appena letta e proseguila secondo il modello proposto. Parti da qui: Come continua il racconto di Stefi? Cosa può aver trovato di così interessante da suscitare la curiosità di suo fratello, che poco prima quasi nemmeno la ascoltava, e dove può aver trovato il pacchetto misterioso?
Descrivi l’ambiente esterno e quello interno; stabilisci quando si svolge la storia; attribuisci una personalità ben definita ai personaggi, descrivili e aggiungi delle battute di dialogo. Utilizza tutte le tecniche descritte.
Qual è il tema della storia? Come pensi di farla finire?

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